graffiti_pompeiani

correspondance entre des élèves d'Egletons et des élèves de Frigento et de Pietradefusi.

21 mars 2007

Voyage à Egletons

Monsieur Iandiorio imagine un voyage à Egletons. Exercice bien difficile.

Heureusement Grégoire de Tours, et Isidore de Séville viennent à son secours :

Cari amici

Una grande nazione come la Gallia oltre alle sue grandi e importanti città ha anche tutto un universo di  centri abitati di piccole dimensioni, dove vivono gente industriosa e dedita alla coltura dei campi.  A vedere i filari di viti  e le colline verdeggianti il pensiero va subito ai tanti contadini, servi, coloni, massari che quotidianamente vi lavorano.

Siamo diretti a Glotunum ( Egletons), cittadina situata sui primi contrafforti dei  Montes Interiores (Massif Central) alla confluenza di strade che menano da  Settentrione verso la vallata della Vézère e ad Oriente verso le gole della Dorononia ( Dordogne). Non abbiamo potuto sottraci ad un invito così pressante dei nostri amici. 

Meravigliosamente situata ai piedi dei Montes Interiores ( Massif Central), nel cuore della regione di Corrèze, Glotunum (Egletons, la corrézienne), è una  città molto antica  di origine celtica, il cui nome  si pensa che sia derivato dalla parola "gloton" che indicava  il cardo, pianta che in quei lontani tempi doveva crescere spontanea e abbondante sui  terreni umidi dei dintorni. 

Siamo partiti da Augustonemetum seguendo la strada per Burdigala, capitale dei Bituriges Vivisci. I paesini dell’interno della Gallia  hanno subìto il fascino globalizzante di Roma, anche se qua e là traspaiono i tratti dell’antica origine.

Un  contadino, al quale abbiamo chiesto delle indicazioni per la città più vicina, si è trattenuto un poco  con noi. “Ieri – ci ha detto- ho dovuto cambiare l’aratro, che era di robusta quercia, perché si era rotto (io possiedo alcuni arpenti di terreno e l’aratro mi è indispensabile). Ho fatto il cammino fino al villaggio con il carro di un mio vicino. Siamo partiti quando l’allodola ha cominciato a cantare. Ma con il caldo ho bagnato tutta la camicia di sudore”.

E nel suo parlare vengono fuori parole della lingua gallica adottate dal latino: alauda (alouette), carrus (char), camisia (chemise), camminus (chemin), cambiare (changer), arepennis (arpent =unità di misura del terreno), carruca (charrue= aratro), cassanus (chêne= quercia).

Al termine della terza giornata di viaggio, ci fermiamo per la notte in una locanda  con l’ingresso che mette sulla strada: un bel pergolato davanti, con dei sedili ricavati da tronchi di quercia messi un poco alla rinfusa. Poco dopo di noi  arriva un signore alquanto distinto in compagnia di un altro uomo, più dimesso nell’aspetto, ma nel volto  un senso evidente di noia. Il signore di bell’aspetto, da come parla,  si può dire che è un uomo istruito, molto garbato nel rivolgersi a noi. Si presenta: è un avvocato, si reca nella città vicina per una causa, con lui un amico mezzo letterato e mezzo filosofo, a suo dire. Gli piace parlare e disquisire di regolamenti e di leggi. “Mi scusi – gli chiedo- sto incontrando nel mio viaggio molti centri abitati, ma a quanti chiedo dove mi trovi chi mi risponde “sei giunto nel vicus...”, altri “ti trovi nel pagus...” , oppure “ben venuto nell’oppidum...” e altri ancora... Non ci capisco molto. Lei, che è un uomo esperto,  mi può dire quale differenza intercorra tra questi vari appellativi geografici?”.

“Certo, -mi risponde con un tono solenne- la gente semplice non comprende le differenze, e per loro un vicus vale un pagus. Ma devi sapere

Oppidum autem magnitudine et moenibus discrepare a vico et castello et pago. Vici et castella et pagi hi sunt qui nulla dignitate civitatis ornantur, sed vulgari hominum conventu incoluntur, et propter parvitatem sui maioribus civitatibus adtribuuntur. [12] Vicus autem dictus ab ipsis tantum habitationibus, vel quod vias habeat tantum sine muris. Est autem sine munitione murorum; licet et vici dicantur ipsae habitationes urbis. Dictus autem vicus eo quod sit vice civitatis, vel quod vias habeat tantum sine muris. [13] Castrum antiqui dicebant oppidum loco altissimo situm, quasi casam altam; cuius pluralis numerus castra, diminutivum castellum est [sive quod castrabatur licentia inibi habitantium, ne passim vaga hosti pateret]. [14] Pagi sunt apta aedificiis loca inter agros habitantibus. Haec et conciliabula dicta, a conventu et societate multorum in unum. [15] Conpita sunt ubi usus est conventus fieri rusticorum; et dicta conpita quod loca multa in agris eodem conpetant; et quo convenitur a rusticis”.

L’amico che è con lui, tra l’infastidito e l’annoiato, lo interrompe: “Lasciamo perdere queste disquisizioni geografiche, che sono più adatte ai ragazzini delle scuole...se ancora ce ne sono! O tempora, o mores! Come siamo caduti in basso!

Decedente atque immo potius pereunte ab urbibus Gallicanis liberalium cultura litterarum... nec repperire possit quisquam peritus dialectica in arte grammaticus, qui haec aut stilo prosaico aut metrico depingeret versu: ingemescebant saepius plerique, dicentes: 'Vae diebus nostris, quia periit studium litterarum a nobis, nec reperitur rethor in populis, qui gesta praesentia promulgare possit in paginis'... Philosophantem rethorem intellegunt pauci, loquentem rusticum multi”.

Meglio non interferire. Auguriamo ai presenti la buona notte e ci ritiriamo nelle nostre stanze.

Posté par graffiti_pompei à 19:29 - Commentaires [1] - Permalien [#]

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