graffiti_pompeiani

correspondance entre des élèves d'Egletons et des élèves de Frigento et de Pietradefusi.

06 octobre 2008

Sulpicia

uProvate a chiedere ad uno studente liceale italiano, che si appresti a sostenere gli esami di Stato (tempo fa si diceva di maturità), il nome di una poetessa latina. Resterà quantomeno interdetto non sapendo se dire un nome, a caso, o confessare  candidamente di  non conoscere l’argomento. Questa volta non ci sarà nessuna colpa da addebitare a questo o a quello (voglio dire allo studente o al professore) perché nella letteratura latina non abbiamo poetesse.  I poeti latini hanno scritto versi in onore delle donne,  tanto da assicurare ai loro nomi una fama imperitura; ma nessuna donna ha avuto il piacere di vedere la propria  voce  raccolta, si fa per dire, e pubblicata. Le gioie, i dolori, gli amori delle donne latine ce li hanno raccontati gli uomini.

Eppure sembra impossibile che in un universo così vario e variegato come il mondo latino non abbiano avuto voce poetica le donne. Forse siamo stati noi, cioè quelli venuti dopo, che non abbiamo correttamente letto nelle opere degli autori classici.

E’ il caso di Sulpicia, poetessa romana contemporanea del poeta Tibullo. Le poesie, che vanno sotto il nome di Tibullo, sono giunte a noi in una collezione di tre libri (Corpus Tibullianum), che, per scelta di alcuni editori del Rinascimento, sono diventati quattro con la suddivisione del terzo in due parti distinte.

Il Liber quartus presenta  ingarbugliate questioni di attribuzione. Inizia con il Panegyricus Messallae, un  elogio di M. Valerio Messalla Corvino in occasione del suo consolato, e, quindi, databile al 31 a.C., attribuibile a Tibullo. Seguono le cinque elegie per Sulpicia e le sei brevi elegie di Sulpicia. E’ questo un ciclo di carmi sugli amori di Sulpicia,  che si distingue in due gruppi. Nel primo troviamo cinque brevi elegie che celebrano gli amori di Sulpicia e di Cerinto. Nel secondo sono raccolti sei componimenti della poetessa Sulpicia che confessa, con sincerità e senza finta modestia, una passione ardente per Cerinto, il suo amante.

La possibilità che Sulpicia fosse la vera autrice delle poesie, e quindi  una donna in carne ed ossa, era stata scartata o almeno mai presa seriamente in considerazione da tempo immemorabile.

Come  si poteva accettare che una donna potesse  trattare argomenti amorosi in modo così apertamente appassionato?  E  così per secoli di Sulpicia poetessa nemmeno a parlarne. Fino a quando Otto F. Gruppe, filologo e poeta, nato a Danzica nel 1804 e morto a Berlino nel 1876, non pubblicò i due volumi su Die romische Elegie, dove ritrovò l’espressione del “latino femminile”. Ed Ettore Bignone sostiene che “raramente la poesia romana ha avuto accenti così spontanei e appassionati come in questi versi” di Sulpicia.

Pochi anni fa in Inghilterra andarono tutti pazzi per Sulpicia, grazie al poeta inglese John Heath-Stubbs (1918-2006) che aveva  tradotto e pubblicato nel 2000 Poems of Sulpicia (Hearing Eye–London) affermandone ancora una volta l’autenticità e l’attribuzione a questa donna romana di duemila e più anni fa, che scriveva poesie alla maniera dei poeti alessandrini.

Noi abbiamo scarse notizie sulla vita di questa poetessa fiorita nella seconda metà del I secolo a. C. Per questo motivo gli studiosi hanno avanzato delle ipotesi verisimili. Doveva essere la figlia di Servio Sulpicio Rufo (ca. 81-43 a.C.) e nipote di  Messalla Corvino. E’ probabile che Sulpicia appartenesse proprio al circolo letterario di M. Valerio Messalla Corvino, di cui faceva parte lo stesso Tibullo; circolo letterario che alle vicende politiche e alle armi preferiva la musa mondana ma anche quella campestre. Chi fosse Cerinto non si sa.

Una quarantina di versi, tanti sono quelli che compongono le sei elegie di Sulpicia, nei quali la poesia latina dà prova di spontaneità e passione.

Le poetesse latine non finiscono qui. Senza scomodare un’altra Sulpicia vissuta nell’età di Domiziano e della quale ci rimangono solo due versi, si deve alla felice intuizione di Eva Cantarella la scoperta di un altra poetessa, questa però anonima. Perché il testo è una iscrizione parietale, e fa parte  di quella che è stata definita la “letteratura di strada”, cioè quelle parole tracciate un poco ovunque dagli antichi romani sui muri delle case lungo le strade delle città

A Pompei fu trovata una iscrizione contenente dei versi (CIL, IV 5296) che l’ illustre studiosa attribuisce al “punteruolo” o al più semplice “chiodo” di una donna.

Questo il testo dell’iscrizione:

O utinam liceat collo complexa tenere / braciola et teneris oscula ferre labellis / i nunc ventis tua gaudia pupula crede / crede mihi levis est natura virorum / saepe ego cu(m) media vigilare(m) perdita nocte / haec mecum medita(n)s multos Fortuna quos supstulit alte / hos modo proiectos subito praecipitesque premit / sic Venus ut subito coiunxit corpora amantum / dividit lux et se Aarees quid AAm

E questa la traduzione di Luca Canali: Oh potessi abbracciarti con le mie braccia / avvinte al tuo collo e portare baci alle tue tenere labbra. / Và ora, pupina, e affida le tue gioie al vento. / Credimi, leggera è la natura degli uomini. / Spesso vegliando smarrita a notte fonda / meditavo fra me su queste cose: quei molti che la Fortuna sollevò in alto, / d’un tratto li scrolla giù a precipizio e li preme; / così l’alba d’improvviso divide e separa / i corpi che Venere d’improvviso congiunse...

Cominciano ad essere maturi i tempi della riscoperta del “latino femminile”, che non è solo un ripagare la  donna per il suo vivere appartato in tanti secoli, ma anche la voglia di sentire ancora più vicina una civiltà che  sa  parlare al cuore e alla mente degli uomini.

Posté par graffiti_pompei à 14:54 - Commentaires [1] - Permalien [#]

Commentaires

    Traduction :

    Voici une traduction du texte précédent. Merci de faire part des erreurs probables :


    Essayez de demander à un lycéen en Italie, qui s’apprête à affronter les examens de fin d’étude (il y a quelques temps on appelait cela la maturità) le nom d’une poétesse latine. Il restera au moins interdit ne sachant pas s’il doit donner un nom, au hasard, ou confesser humblement ne pas connaître le sujet. Cette fois-ci il n’y aura aucune faute à imputer à tel ou tel (je veux dire au lycéen ou au professeur) parce que dans la littérature latine nous n’avons pas de poétesse. Les poètes latins ont écrit des vers en l’honneur des femmes, histoire d’assurer à leurs noms une renommée impérissable, mais aucune femme n’a eu le plaisir de voir sa propre voix recueillie, si l’on peut dire, et publiée. Les joies, les douleurs, les amours des femmes latines, ce sont les hommes qui les ont racontés.
    Et pourtant il semble impossible que dans un univers aussi varié et divers que le monde latin il n’y ait pas eu de voix poétique féminine. Peut-être est-ce nous, -c’est-à-dire ceux qui sont venus ensuite-, qui n’avons pas correctement lu dans les œuvres des auteurs classiques.
    Il y a le cas de Sulpicia, poétesse romaine contemporaine du poète Tibulle. Les poésies qui sont réunies sous le nom de Tibulle sont recueillies pour nous dans une collection de trois livres (le Corpus Tibullianum) qui par choix de quelques éditeurs de la Renaissance sont devenus quatre à cause de la division du troisième en deux parties distinctes.
    Le livre quatre présente d’inextricables problèmes d’attribution. Il commence avec le Panegyricus Messallae, un éloge de M. Valerius Messala Corvinus à l’occasion de son consulat, et est donc daté de 31 avant JC ; c’est un texte attribué à Tibulle. Suivent cinq élégies pour Sulpicia et les six brèves élégies de Sulpicia. Et ceci constitue un cycle de poèmes sur les amours de Sulpicia, qui se découpe en deux parties. Dans la première nous trouvons cinq courtes élégies qui célèbrent les amours de Sulpicia et de Cerintus. Dans la seconde sont réunies six compositions de la poétesse Sulpicia qui confesse avec sincérité et sans fausse modestie une passion ardente pour Cerintus, son amant.
    La possibilité que Sulpicia soit la véritable auteur des poésies, et donc soit une femme en chair et en os a été écartée ou, du moins, n’a jamais été prise sérieusement en considération depuis des temps immémoriaux.
    Comment pouvait-on accepter qu’une femme poétesse traite de sujets d’amour d’une façon aussi ouvertement passionnée ? Et de la sorte pendant des siècles, personne n’a parlé de Sulpicia la poétesse. Jusqu’au moment où Otto F. Gruppe, philologue et poète, né à Dantzig en 1804 et mort à Berlin en 1876, publie ses deux volumes sur Die romische Elegie, où se retrouve l’expression du « latin féminin ». Et Ettore Bignone soutient que « rarement la poésie romaine a eu des accents aussi spontanés et passionnés que dans ces vers. » de Sulpicia.
    Il y a quelques années une vraie folie pour Sulpicia s’empara de l’Angleterre grâce au poète anglais Heath-Hubbs (1918-2006) qui avait traduit et publié en 2000 les poèmes de Sulpicia (Hearing Eye – London), en affirmant une nouvelle fois leur authenticité et en en attribuant la maternité à cette dame romaine d’il y a plus de 2000 ans, qui écrivait à la manière des poètes alexandrins.
    Nous avons de maigres informations sur la vie de cette poétesse qui a vécu dans la seconde moitié du premier siècle avant J- C. Pour cette raison, les spécialistes ont avancé des hypothèses plausibles. Elle devait être la fille de Servius Sulpicius Rufus (vers 81 – 43 avant J-C) et la nièce de Messala Corvinus. Il est probable qu’elle appartenait justement au cercle littéraire de M. Valerius Messala Corvinus, duquel faisait partie aussi Tibulle, cercle littéraire qui aux vicissitudes politiques et aux armes préféraient la muse mondaine mais aussi celle de la campagne. On ne sait qui fut Cerintus.
    Une quarantaine de vers, c’est ce que comporte les six élégies de Sulpicia, textes dans lesquels la poésie latine donne une preuve de spontanéité et de passion.
    Les poétesses latines ne finissent pas avec cette Sulpicia. Sans évoquer une autre Sulpicia qui a vécu à l’époque de Domitien et dont il ne reste que deux vers, on doit à l’heureuse intuition d’Eva Cantarella la découverte d’une autre figure, même si celle-ci demeure anonyme. Et cela parce que le texte est une inscription pariétale, et fait partie de ce qui a été défini comme de la « littérature de rue » c’est-à-dire des mots tracés un peu partout par les anciens Romains sur les murs des maisons, le long des rues de la cité.
    A Pompéi fut retrouvée une inscription contenant des vers (CIL, IV 5296) que l’illustre spécialiste attribue au « poinçon » ou plus simplement au « clou » d’une femme.

    Voici le texte de l’inscription :
    O utinam liceat collo complexa tenere / braciola et teneris oscula ferre labellis / i nunc ventis tua gaudia pupula crede / crede mihi levis est natura virorum / saepe ego cu(m) media vigilare(m) perdita nocte / haec mecum medita(n)s multos Fortuna quos supstulit alte / hos modo proiectos subito praecipitesque premit / sic Venus ut subito coiunxit corpora amantum / dividit lux et se Aarees quid AAm

    Et voici la traduction :

    Oh si je pouvais t’embrasser avec mes bras, entourant ton cou et poser des baisers sur des douces lèvres / Va maintenant, ma poupée, et confie tes joies aux vents. / Crois-moi, légère est la nature des hommes. / Souvent veillant éperdue dans la nuit profonde, j’ai médité en moi sur ces sujets : nombreux sont ceux que la Fortune fait grimper tout en haut, / et qu’elle fait chuter d’un coup vers le bas et écrase tête la première, / de même l’aube déchire et sépare d’un coup / les corps que Vénus a d’un coup réunis.

    Ils commencent à poindre les temps de la redécouverte du « latin féminin », ce qui est non seulement une réparation pour des vies tenues dans l’ombre dans tous ces siècles mais aussi une marque de la volonté de sentir encore plus proche une civilisation qui sait parler au cœur et à l’esprit des hommes.

    Posté par Magister Egleto, 11 octobre 2008 à 10:33

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